Federico Capitoni (Repubblica) ci ha parlato di critica musicale e futuro della musica classica

Cremona Musica incontra Federico Capitoni, membro della Media Lounge, critico musicale di Repubblica e autore di vari saggi e programmi radiofonici.

Pochi anni fa lei ha scritto un libro, “La critica musicale” in cui si dà una definizione del mestiere del critico musicale. È cambiato qualcosa nel frattempo?  Cosa significa per lei scrivere di musica classica oggi?

No, non è cambiato alcunché nel frattempo. Semmai le cose proseguono nella china delineata, ossia una crisi più dei mezzi (i media) che dei contenuti, sebbene questi ultimi possono essere influenzati dai media stessi (se chiunque può scrivere perché lo fa gratis o su un blog, è probabile che la qualità del lavoro ne risenta). I discorsi sulla musica però non cambiano, e si sente comunque l’esigenza di continuare a farli. Scrivere di musica (in generale, non solo classica) significa diverse cose: a un primo livello mediare tra il musicista e l’ascoltatore, cercando di spiegare ciò che la musica da sola non può comunicare; a un secondo, dare consapevolezza al musicista stesso di quello che fa. Sovente càpita, infatti, che l’artista abbia delle intuizioni o faccia delle scelte senza una coscienza piena di esse. Un pensatore musicale, quale il critico dovrebbe essere (più che un giudice), può fare luce sulla ratio delle creazioni o delle interpretazioni musicali. Per me il critico musicale vero è un filosofo della musica.

Secondo Lei, il mondo della musica classica oggi è in crisi?

No.

Ha ancora senso per lei fare una recensione tradizionale di un concerto su un quotidiano o su una rivista mensile specializzata, quando ci sono critici professionisti che commentano un concerto in tempo reale su Facebook, o scrivono un articolo sul loro blog personale un’ora dopo?

Sì, ha senso soprattutto adesso che appunto si diffondono nuove forme, nuovi mezzi e nuove motivazioni. Proprio perché internet dà la possibilità di recensioni multimediali, bisognerebbe usarlo per questo e lasciare alla carta la riflessione, la recensione meditata eminentemente verbale. Bisogna poi fare un discorso pratico. Il professionista che scrive la recensione sul social o sul blog può farlo perché ha già una fonte di reddito (il suo giornale, se è ancora in attività, o altre derivazioni, come l’insegnamento o la pensione nella maggior parte dei casi). Se non ne ha ed è un professionista non può scrivere gratuitamente. Questo della gratuità è uno dei maggiori cancri dell’informazione attuale: da un lato se la possono permettere solo alcuni (e questo è fonte di discriminazione professionale); dall’altro apre le porte al dilettantismo. Se si troverà poi il modo di farsi pagare anche sul web, ne riparleremo.

Qual è il futuro della musica classica? Può provare a prevedere i cambiamenti più sorprendenti che sperimenteremo nei prossimi 10-15 anni?

Il futuro prossimo sarà simile all’oggi, almeno rispetto ai consumi. Forse non sono abbastanza lungimirante, ma da anni il pubblico – dei concerti e dei dischi – mi pare sempre lo stesso (ristretto e privo di giovanissimi) e non vedo perché debba cambiare. D’altro canto, se c’è una caratteristica che qualifica la parola “classico” è proprio la sua perennità e immutabilità. Se invece la domanda riguarda l’aspetto estetico – e allora dobbiamo allargare il discorso alla musica in generale perché, come abbiamo detto, la musica classica in quanto tale non può cambiare -, credo che sarà sempre più frequente la commistione dei linguaggi, l’uso della tecnologia, e che i confini tra la musica colta e quella pop potranno diventare sempre più labili, così che magari dovremo ripensare le definizioni. Ma siccome la storia pare andare per cicli, ci potrebbe essere da qui a poco anche una recrudescenza radicale che riporti in auge una certa distinzione adorniana tra musica colta e leggera… Magari avremo una nuova e intransigente Darmstadt. Chissà.

Lei sarà uno dei membri della nuova International Media Lounge, in cui ogni giornalista potrà lanciare un’idea, un progetto da discutere e condividere con gli altri. Ha già deciso cosa “mettere sul piatto”?  

Mi piacerebbe che si parlasse del senso della nostra professione. Non solo oggi, ma in generale. Leggo spesso da molti colleghi un certo sbandieramento di eccessiva umiltà e ridimensionamento, quasi come a dire che della critica si potrebbe fare a meno e che, del resto, ogni giudizio è soggettivo. Ma allora a che pro fare questo mestiere? Perché lo hanno scelto? Forse riconsiderare le ragioni della professione potrebbe essere un punto di partenza – teorico – per capire il destino – pratico – della critica musicale e trovare nuovi stimoli.