Maurizio Baglini: la musica, secondo me

A Cremona Musica, ospite del Fazioli Piano Festival, è tornato a esibirsi Maurizio Baglini, uno dei più affermati e creativi pianisti italiani, che dà un sostanziale apporto alla vita musicale, sia attraverso i suoi concerti e dischi, sia con la sua attività di direttore artistico e creatore di progetti musicali.

Lei è particolarmente legato ai pianoforti Fazioli. Cosa trova di speciale nei Fazioli, e come ha capito che sono i pianoforti più adatti al suo pianismo? 

Ne posseggo uno, peraltro, cosa che dichiaro sempre con orgoglio. Preferisco i Fazioli perché sono costruiti attraverso un procedimento più proprio ad un liutaio che ad un costruttore di pianoforti: in fabbrica si ha l’impressione di essere nella bottega di un artigiano. La filosofia della qualità che non può andare di passo con la quantità è quella che accompagna da quasi quaranta anni il modus operandi dell’Ingegner Paolo Fazioli: il risultato è una fortissima individualità di ciascun pianoforte. La peculiarità più forte che mi spinge a ritenerlo per me uno strumento a cui non desidero rinunciare è la stereofonia. Infatti quando suono un Fazioli mi sento più direttore d’orchestra che pianista, proprio perché i timbri e le dinamiche che lo strumento mi permette di creare sono infiniti in termini di quantità e davvero sorprendenti a seconda dello stato d’animo dello strumento stesso: di conseguenza, per capire il Fazioli e tirarne fuori tutto il potenziale bisogna, prima di tutto, amarne la filosofia costruttiva ed aziendale. Per descrivere al meglio questi strumenti, potrei sintetizzare quanto appena detto con il solo epiteto di “originalità”.

Quali sono i suoi modelli di musicista, tra i pianisti del passato e del presente? 

Direi, per quanto riguarda il passato, Horowitz per la capacità espressiva di aver reso il pianoforte uno strumento non a percussione, ma realmente cantabile; Richter per la versatilità e la poliedricità del proprio pensiero. Oggigiorno, cito volentieri Jean-Yves Thibaudet: mi ha recentemente aperto un nuovo orizzonte nella superlativa capacità che ha avuto di ricreare il Concerto di Gershwin e il Turangalîla di Messiaen. Trovo poi esempi di interpretazioni particolarmente stimolanti in artisti che si cimentano in progetti individualmente riconoscibili e non limitati al fattore esecutivo: l’operazione mendelssohniana di Roberto Prosseda, così come il suo progetto con il pedal piano, ad esempio, sono per me veri punti di riferimento da prendere come modelli, così come lo è la fortissima individualità interpretativa di Gianluca Cascioli, capace di riattualizzare Beethoven partendo dal proprio ruolo di compositore contemporaneo. Ecco: oggigiorno, a costo di apparire estremista e radicale, credo che la figura di interprete non possa essere analizzata esclusivamente in merito all’esecuzione, ma vada necessariamente ricollocata in un contesto sociologico vero e proprio. Ergo: si deve riportare in auge la figura di musicista a trecentosessanta gradi.

Lei è attivo anche come organizzatore e direttore artistico, ideatore di format e “comunicatore di musica” a tutto campo. Concorda con chi dice che non basta il solo talento oggi per fare strada come concertista? 

Certamente, il talento non basta, anche se mi permetto subito di voler fugare ogni dubbio sul concetto di talento. Talento musicale? Talento nelle relazioni sociali? Talento nel saper scoprire repertori inusuali? Talento nel saper proporre una nuova forma di concerto o di elevazione culturale? Tutto questo rientra nel concetto generico di talento, sicuramente. Fare il direttore artistico seguendo la tradizione degli schemi abitudinari delle cosiddette stagioni o rincorrendo il numero di abbonati è ormai a mio parere un ruolo totalmente inutile e riduttivo: creare invece progetti particolari e trasformare anche frangenti logisticamente piuttosto piccoli in contesti di produzione vera e propria, è la sfida del futuro. Del resto, sto facendo quello che facevano geni quali Mendelssohn, Mahler, Bartòk: ecco, incoraggio i giovani a cominciare da subito a concepire la musica come una dimensione totalizzante, da vivere a trecentosessanta gradi. Le mie esperienze di fondatore di Amiata Piano Festival e le innovazioni che ho apportato nell’ambito del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone mi insegnano quotidianamente a suonare in modo diverso e a considerare la comunicazione come il primo parametro fondamentale affinché la musica classica non rimanga relegata in un settore di minoranza della minoranza.

Ha altre passioni, oltre la musica? 

Lo sport: corro regolarmente. Fino a due anni fa correvo anche due o tre maratone ufficiali all’anno. Adesso, i troppi impegni non mi permettono di fare le gare, ma mi diverto ad uscire in body o in tutta ogni volta che posso, ovunque mi trovi. Altra passione cogente sono i motori e le auto sportive. Letteratura e cinema, poi, sono le passioni più “elevate” che mi aiutano a rendere ogni viaggio in treno o in aereo un’esperienza indimenticabile.

Cosa rappresenta per Lei la città di Cremona?  

Sono molto legato a Cremona: ho insegnato alcuni anni all’Istituto Superiore di Studi Musicali Monteverdi e ho suonato spesso nella programmazione del Teatro Ponchielli, oltre ad aver dato la prima masterclass pianistica in seno alle attività della Fondazione Stauffer. La mia compagna, la violoncellista Silvia Chiesa, è tuttora attiva come didatta a Cremona e ha creato progetti cameristici coi propri studenti che poi ho potuto esportare in Italia e in Francia e che presto porterò nuovamente all’estero: mi sento quindi un vero ambasciatore di Cremona nei miei vari ruoli di musicista. Anche la mia presenza in Fiera con un recital a tematica italiana è, di fatto, un omaggio a Cremona.