Intervista lampo a Giovanni Sollima

Il violoncellista e compositore Giovanni Sollima è stato a Cremona nella doppia veste di insegnante dell’Accademia di Santa Cecilia, e di compositore, ricevendo il premio Cremona Music Award per la categoria “composizione”. Lo abbiamo raggiunto per un’intervista lampo, da cui possiamo intuire la sua speciale sensibilità ed energia.

La sua musica unisce generi e stili diversi, pur in un’estatica sempre originale e coerente. Esistono ancora distinzioni secondo Lei tra musica “colta” e popolare? 

Mai esistite per me, è una domanda alla quale rispondevo 20 anni fa, ed è curioso che se ne parli ancora. Comunque mai esistite distinzioni per me, neanche nel passato e nell’antichità, penso al Rinascimento in bilico tra contrappunto vocale e danze, tra notazione e improvvisazione, a Bach con le danze all’interno delle sue incredibili Suites, a Vivaldi ormai sdoganato da 30 anni come Rockstar, ad Haydn tra Austria, Slovenia, Croazia, Ungheria, a Mozart, a Ligeti, ai Beatles, al Prog anni ’70. La distinzione resta fortunatamente incastrata in certi ambienti in cui regna una sorta di comoda e oziosa sordità accademica e coincide con certi momenti storici – quindi storici, passati – scuole di pensiero, movimenti, leghe, liste, ghetti, salotti, ecc. Poi tutto passa, c’è il pianeta, la gente, youtube e i network che macinano valanghe di informazioni sonore (e mi sta benissimo!). Il popolare (inteso come pop, etnico, ma non solo) è fuori e dentro di noi, se sei musicista non puoi non notarlo. E – in qualche modo – incuriosirti. Come minimo.

Quali sono i Suoi compositori preferiti (di qualunque genere)? 

Non saprei, sono tanti e diversi…Matteo da Perugia, Stravinsky, Ligeti, Bach, Gentle Giant, Beethoven (forse il più umano di tutti?), i barocchi italiani tutti – ma è una lista infinita – certo Grunge, Frank Zappa, Schubert, i virginalisti inglesi…

A Cremona ha tenuto anche un seminario come docente di violoncello dei corsi di S. Cecilia. Com’è il suo approccio didattico con i giovani violoncellisti? 

Di tipo esplorativo, assieme a loro. Dalla tradizione – intendo quella delle origini, non le stratificazioni – alla creatività sullo strumento – dalla musica antica, passando dall’improvvisazione di cadenze o altro, fino a linguaggi (individuandoli) più vicini ai loro gusti. Oltre, naturalmente, alla cura di aspetti tecnici ed espressivi, alla ricerca di una “voce”. È un approccio che cambia da caso a caso… E poi, come diceva il grande Antonio Janigro, ci sono anche le cartelle cliniche.

Può dare un consiglio ai giovani musicisti che aspirano a fare carriera come concertisti? 

Attenti, non fidatevi di nessuno, tenete gli occhi aperti!

E un consiglio ai giovani compositori? 

Idem

Che cosa rappresenta per Lei la città di Cremona? 

Non saprei… Però so che è rappresentata dal mio violoncello, costruito a Cremona nel 1679.