Enrico Pieranunzi: «A Cremona la gloriosa tradizione della grande liuteria italiana è viva e presente»

A Cremona Musica il 30 settembre, nell’ambito dello Steinway Festival, si esibirà il grande pianista jazz Enrico Pieranunzi, decano del grande jazz italiano e punto di riferimento di tanti musicisti delle generazioni successive. A Cremona, Pieranunzi terrà anche il workshop “Suona e improvvisa con Enrico Pieranunzi”, aperto sia a pianisti, sia ad altri strumentisti.

Se una persona totalmente estranea alla musica le chiedesse di spiegare che cos’è il jazz, Lei cosa direbbe?

Più che dire, farei ascoltare due o tre brani storici, uno di Louis Armstrong, uno di Miles Davis e uno di… Pieranunzi. O, ancora meglio, lo (o la) porterei ad ascoltare un bel concerto live. Il jazz è espressione musicale molto fisica, e per poterlo “sentire” richiede un rapporto diretto, concreto coi suoni e con la realtà corporea dei musicisti che quei suoni producono.

Lei sarà protagonista di un innovativo workshop, “suona e improvvisa con Enrico Pieranunzi”, a cui potranno prender parte sia pianisti che altri strumentisti. Può dirci qualcosa in più su come si svolgerà?  

Sarà un incontro basato molto sul gioco. Ci divertiremo a costruire insieme forme musicali che svilupperanno materiali inventati al momento. Sarà un po’ come giocare col Lego, con le note al posto dei mattoncini….

Lei è internazionalmente apprezzato non solo come pianista jazz, ma anche per le sue interpretazioni di autori classici. Qual è secondo Lei, la principale differenza (se c’è) nel suonare al pianoforte musica classica e jazz? 

La differenza più grande è nella fase di preparazione. Se devi fare un concerto con musiche di Beethoven, Bach o Chopin, devi quotidianamente praticare il loro testo e risolverne i problemi tecnico-interpretativi fino a “dirlo” come se l’avessi scritto tu. È un po’ come nel teatro: se devi recitare Shakespeare, le parole, il pensiero, i sentimenti che sono nel testo devi farli completamente tuoi. Quando suoni jazz il “testo” lo inventi in tempo reale, i tuoi pensieri sono quelli del momento in cui suoni, non puoi “programmarli”. L’ha detto magnificamente, di recente, il grande Wayne Shorter: “come puoi allenare ciò che non conosci”?…È una forma di autoconoscenza, di cui il pubblico è insieme testimone e catalizzatore.

Qual è il ruolo sociale di un musicista oggi, in una società dove la musica di qualità (la classica ma anche il jazz) sembra essere sempre più a margine degli interessi della popolazione?

Il ruolo dipende molto dalle scelte che si fanno. Orson Welles diceva che “un artista dovrebbe collocarsi nell’angolo più scomodo della casa”. Lo si può fare, naturalmente, sapendo però che si rischia l’isolamento. È un prezzo che non in molti sono disposti a pagare. D’altra parte, il rapporto artista/società si configura sempre in relazione al tempo in cui si vive, e oggi la società liquida ha reso indefinito o forse multiplo il ruolo sociale del musicista, spesso, volontariamente o no, più “homo mediaticus” che “creatore”.

Quale consiglio darebbe a un giovane musicista che vorrebbe intraprendere la carriera jazzistica? 

Gli ricorderei  (ma se l’ha scelto lo sa…) che si tratta di un’opportunità straordinaria dal punto di vista della conoscenza musicale. Ma gli consiglierei di prepararsi a vivere quest’esperienza con la consapevolezza che il contesto attuale per mille ragioni, soprattutto mediatiche, non è tra i più favorevoli.

Conosce Cremona? C’è qualcosa in particolare che la affascina di questa città? 

Ho suonato a Cremona tanti anni fa, al Teatro Ponchielli, ma non posso dire certo di conoscerla. So però che è una città in cui la gloriosa tradizione della grande liuteria italiana è viva e sempre presente. E sapere questo mi rende molto gradito tornarci.