Concerti deserti? Un’opportunità per creare nuovo pubblico

Un problema ricorrente di molte stagioni concertistiche, non solo in Italia, è legato alla scarsità del pubblico. Molti direttori artistici affermano che repertori raffinati e grandi artisti spesso richiamano poco pubblico, e che numerose organizzazioni concertistiche rischiano la chiusura a causa dei pochi biglietti venduti e dei tagli delle sovvenzioni pubbliche.

Le cause e le possibili soluzioni di questa situazione sono varie e complesse, ma credo che a nulla serva rimpiangere o compiacersi delle glorie passate e demonizzare il disinteresse di chi oggi non frequenta i concerti. È, invece, utile guardare agli esempi positivi, che mostrano come anche in condizioni apparentemente ostili sia possibile riempire le sale con un’offerta concertistica raffinata, a volte anche anticommerciale, e senza alcun compromesso artistico. Come? Basta guardare ad alcuni festival che sono un modello in tal senso.

Il primo esempio che mi viene in mente, anche perché ho avuto modo di frequentarlo personalmente lo scorso luglio, è il Festival di Kuhmo, in Finlandia, fondato nel 1970 da Seppo Kimanen. Il programma del 2017 comprendeva circa 90 concerti in due settimane, dal 7 al 22 luglio. Dunque, una media di 6 concerti al giorno, con 160 artisti coinvolti e oltre 34 mila biglietti venduti. Va detto che Kuhmo è un piccolo paese di circa 15.000 abitanti che si trova a circa 600 Km a nord di Helsinki. A seguito dell’enorme afflusso di pubblico, è stato costruito il Kuhmo Arts Center, un auditorium di quasi 1000 posti, che è oggi il cuore pulsante della produzione musicale del Festival. Ma i concerti hanno luogo anche nella chiesa del paese e nella ex palestra della scuola media. Chi si reca a Kuhmo lo fa ad hoc, proprio per catapultarsi in una full immersion di musica da camera, suonata ad alti livelli ma al di fuori dei meccanismi dello star system. Ogni concerto, infatti, è sempre impaginato con organici misti: si avvicendano vari interpreti, evitando il protagonismo del “grande solista”, anche quando sono in effetti presenti i grandi solisti. Si va a sentire Beethoven o Ravel, Brahms o Shostakovich, e non importa se il nome dell’interprete è celeberrimo o ignoto: la fiducia nella scelta della direzione artistica (dal 2005 affidata a Vladimir Mendelssohn) è stata guadagnata con anni di programmazioni di successo e consente oggi di proporre anche programmi innovativi o anticonvenzionali.

A Kuhmo si respira un’atmosfera rilassata, si può suonare indifferentemente in jeans o in smoking, e si capisce subito che il centro è la musica e non l’interprete, né altri aspetti extramusicali legati all’apparenza. Tutti, tra organizzatori, musicisti e pubblico, convergono verso la musica, e spesso i ruoli si confondono: è molto frequente trovare artisti del festival tra il pubblico, e tra gli organizzatori abbondano musicisti (dilettanti, studenti o professionisti) che scelgono di trascorrere le loro “vacanze” facendo del volontariato musicale, al servizio, ancora una volta, non tanto dei loro colleghi, quanto della musica stessa.

Questo meccanismo virtuoso, generante entusiasmo e soddisfazione reciproca, funziona anche a livello produttivo ed economico: il budget del Festival è piuttosto basso, in proporzione alla quantità di concerti realizzati e al livello artistico eccelso, e le soluzioni logistiche sono improntate alla stessa filosofia della programmazione artistica: evitare narcisismi e orpelli inutili, puntare all’essenziale, nel rispetto di tutte le persone che prendono parte al festival, a partire dal pubblico. A Kuhmo non ci sono hotel 5 stelle, e molti musicisti preferiscono alloggiare presso le famiglie locali e assaporare il fascino della vita domestica finlandese. Ad ogni artista è fornita una bicicletta, con la quale autonomamente spostarsi da una prova all’altra, da un concerto a un “sauna party” a fine giornata.

Dall’esperienza di Kuhmo ho tratto l’ennesima conferma che la musica vive soprattutto quando c’è condivisione, quando è in condizione di far sentire meglio tutti, di “entrare in circolo”. Chi va a Kuhmo non vede l’ora di tornarci, perché è un’esperienza rigenerante, è una carica artistica che dura per mesi e mesi. Ciò accade lontano dai provincialismi, dai narcisismi, dalle invidie, dal culto dell’immagine, e grazie all’entusiasmo dei tanti musicisti che, in primis, animano il festival e ne costituiscono il motore e il cuore. Il pubblico, in questi casi, risponde e arriva da vicino e da lontano, perché riconosce la genuinità e l’entusiasmo, e ne viene contagiato.

Ci sono tanti altri esempi virtuosi anche in Italia, che per alcuni aspetti mi ricordano il festival di Kuhmo. Penso all’Amiata Piano Festival, creato da zero in un’area musicalmente “vergine” solo 11 anni fa da Maurizio Baglini, e ora diventato uno degli eventi di riferimento in Italia per la musica da camera di qualità. Penso anche al Mantova Chamber Music Festival, format innovativo e concentrato in soli 5 giorni, con una grande forza di coinvolgimento per gli artisti e per il pubblico.

Si tratta, in entrambi i casi, di Festival giovani (anagraficamente, ma anche per l’età media dei partecipanti e del pubblico e per le soluzioni proposte), non finanziati dallo Stato e nati dall’immaginazione visionaria di due musicisti veri, appassionati e militanti.

Tante altre città italiane sono potenzialmente pronte a dar vita ad un simile modello, e mi auguro che questi esempi di vitalità artistica possano riprodursi in altri nuovi festival e stagioni concertistiche, e possano “contagiare” positivamente anche le situazioni che attualmente vivono momenti di difficoltà o di immobilismo.

Mi viene in mente la celebre storia dei due mercanti di scarpe inglesi che si recano in Africa per sondare le possibilità di mercato: uno, vedendo che tutti andavano scalzi, riferì al suo capo “qui non venderemo neanche un paio di scarpe”. L’altro, di fronte alla medesima situazione, esclamò: “Questo è un grande mercato, perché ancora nessuno ha le scarpe!”. Bene, la mancanza di pubblico ai concerti di musica classica può essere letta allo stesso modo: mi piace pensare che le sedie vuote di oggi sono pronte ad essere occupate presto, domani, da nuovo pubblico: persone che ancora non hanno avuto modo di scoprire la bellezza dell’ascolto di qualità, e che, appunto per questo, sono i migliori e più entusiasti ascoltatori di domani. Sta a noi musicisti raggiungerli e coinvolgerli con la nostra passione.

Roberto Prosseda